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QUANDO "I SEI DELLA DOMENICA" (riflessioni su un'esperienza di Hausmusik) "A queste vecchie forme
di vita |
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Decenni, va detto, passati a combattere contro l'incredulità e lo scetticismo di quanti, musicisti per primi, vedevano (e vedono) nelle attività musicali d'insieme poco più di una perdita di tempo, tempo sottratto allo studio individuale 'duro e puro', quello, per intenderci, che non ha relazioni con alcuna pratica sociale del far musica; quello, per intenderci, che fortifica i già forti, demotiva gli entusiasti, umilia i dubbiosi. Quello, ci siamo intesi, che pervicacemente si ostina a far crescere musicisti incapaci di ascoltare se stessi e gli altri, di stare a tempo, di adattarsi a diversi linguaggi e sonorità, di rispettare le altrui difficoltà e di cercare dagli altri l'aiuto per risolvere le proprie; tecnicamente bravi, forse, ma sordi e ottusi e con problemi psicologici a non finire, grazie ad una storia di approcci tristi e sofferenti con un'attività che invece deve il proprio fascino proprio alla possibilità di partire dal chiasso festoso, per poterlo poi sublimare lentamente fino a renderlo astratto, impalpabile e ambiguo. Ma per
raggiungere certe altezze si deve partire con i piedi per terra, e prima
di teorizzare sulla musica la si deve possedere dentro, cioè
saperla suonare, nel modo più completo possibile, con la dovuta ricchezza
di timbri e di combinazioni armoniche, di articolazioni contrappuntistiche,
eterofoniche e rumoristiche, di sistemi compositivi e riferimenti culturali
diversi. E tutti
lo sanno, ormai, da tempo, e vasta è la letteratura sull'argomento,
oggi anche in lingua italiana. Passo
invece a raccontarvi una bella storia. Una storia che sembra una favola,
tanto riesce a collocarsi fuori da questo mondo utilitaristico e appiattito,
dove l'amicizia e la passione vera per qualcosa che si condivide con
altri si accendono solo davanti ai miraggi del successo personale o
della vittoria. Un giorno
(era il Gennaio del 1998), nasce quasi per caso l'idea di riunire i
bambini una domenica ogni due settimane: suoneranno insieme per un'oretta
e mezza, poi andranno a giocare insieme, liberamente. Libera osmosi
tra gioco e musica, bambini e genitori capaci di ritrovare, intorno
a un pentagramma, il gusto della chiacchiera fine a se stessa, della
risata spontanea davanti a una torta appena sfornata, della partita
a pallone intorno alla quale aleggiano ancora le ultime note dell'ultimo
pezzo suonato. Si chiamava
Hausmusik, nella Germania del '700, questa pratica 'casalinga'
del far musica. Cadde un po' in disuso nel secolo successivo, si riaffacciò
nei primi decenni del Novecento, subì una trasformazione culturale nell'ultimo
cinquantennio con la nascita dei gruppi giovanili rock e pop.
Riproporne oggi la matrice originaria può sembrare operazione anacronistica,
ma con evidenza è invece vero il contrario, perché non c'è nulla di
più attuale che il desiderio dell'uomo, come 'animale sociale', di condividere
con i propri simili le proprie idee, gli interessi, le passioni artistiche
e culturali. E se i bambini saranno invogliati ad una tale condivisione
fin dalla più tenera età, non potranno che trarne giovamento nella sfera
dei rapporti sociali e sulla lunga, difficile strada che conduce ad
attribuire un senso vero all'"esserci". Inutile
dire che la decisione di partecipare ai due eventi viene presa di comune
accordo tra me, i bambini e i loro genitori: i tempi sono maturi anche
per 'uscire', per comunicare ad altri quell'affiatamento che, domenica
dopo domenica, va costruendosi nel gioco e nella musica. A memoria degli
incontri finora svolti, non ricordo di averli mai sentiti una sola volta
litigare o lamentarsi perché qualcuno sbagliava qualche nota di troppo.
Da parte mia, cerco di tenere sempre bassa la tensione ed alte le motivazioni,
anche mettendomi personalmente in gioco fuori dai momenti di lavoro
vero e proprio, come quando spedisco bigliettini e messaggi di posta
elettronica per scusarmi di un mio atteggiamento troppo nervoso o immotivatamente
severo nei confronti di qualcuno. Durante
la preparazione di queste performances una bambina di nove anni
se ne sta seduta in un angolo. E ascolta. Ascolta e segue con una tale
assiduità che è impossibile non comprendere la sua voglia di entrare
in quel gruppetto di suonatori che ridono e giocano. Si chiama Clelia,
è sorella di Camilla e suona il violino da un paio d'anni. La accolgono
a braccia aperte e l'aiutano ad inserirsi, anche dal punto di vista
tecnico-musicale, suggerendole i tempi d'entrata, sistemandole le arcate. Questa
storia è talmente bella che vorrei potesse non finire mai. Invece finirà,
almeno per me, perché questi bambini, ora già ragazzi, diventeranno
presto adulti e la continueranno da soli, come è giusto e auspicabile
che sia. Io certamente ricomincerò un altro lungo ciclo, con altri bimbi
e con le loro famiglie, consapevole che quando la neve degli anni mi
avrà coperto interamente il capo e le dita, con le quali continuerò
a indicare le entrate o l'espressione da dare a un passo, si saranno
fatte grinzose non sarò riuscito a coinvolgere nel mio 'sogno ad occhi
aperti' che poche decine di piccoli musicisti. A Camilla, Irene, Elisabetta, Viola, Clelia, Paolo, Giulia, Marta e Andrea il mio più sincero grazie per tutto quello che sono riusciti ad insegnarmi.
Recensione
dello spettacolo La Fabbrica di cioccolato |
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