AA. VV. (a cura di Annibale Rebaudengo)
Gli adulti e la musica. Luoghi e funzioni della pratica amatoriale
EDT, Torino, 2005, pp. 120, € 10,00

Brescia Musica, 2005


Può una persona in età avanzata applicarsi con soddisfazione e con successo allo studio di uno strumento musicale, iniziare a cantare in un coro, praticare musica insieme ai suoi coetanei? Quali sono le metodologie appropriate che l’insegnante deve porre in atto per assecondare le caratteristiche fisiologiche e mentali di un allievo adulto e per rispettarne le aspirazioni?
Sembrano essere sostanzialmente queste le domande cui cercano di dare risposte esaurienti i sei co-autori del Volume “Gli adulti e la musica”, che arricchisce di un nuovo stimolante oggetto di ricerca la già variegata collana pubblicata da EDT con il contributo scientifico della Società Italiana per l’ Educazione Musicale (S.I.E.M.).
Stimolante e in un certo senso innovativo, visto che, come osserva A. Rebaudengo, curatore del volume, nella sua Introduzione, “la didattica della musica, giustamente attenta alla promozione dell’educazione della musica fin dalla scuola dell’infanzia, ha tralasciato l’ indagine sulle “buone pratiche” educative in età adulta”.
In effetti ciò che sembra difettare in questo specifico settore educativo è proprio una riflessione sui contenuti e sulle strategie didattiche capace d’ indirizzare correttamente il troppo spesso pletorico e raffazzonato mercato delle offerte editoriali per dilettanti e di fornire solidi puntelli teorici ad un rinnovato interesse dei musicisti insegnanti per quelle utopie dell’educazione permanente, di cui l’attuale contesto sociale in perenne marcia forzata verso il successo o la semplice sopravvivenza fisica avrebbe assoluto bisogno.
“Le plaisir délicieux et toujours nouveau d’une occupation inutile“ (“il piacere delizioso e sempre nuovo di un’occupazione inutile“) di raveliana memoria può rappresentare l’ ideale antidoto all’invecchiamento precoce dello spirito e alla sclerosi dei sentimenti e delle emozioni non meno che alle degenerazioni delle microgiunture e della memoria.
“La febbrile vita quotidiana di chi lavora o è impegnato nell’accudire una famiglia, quando non è assorbito in entrambe le incombenze, non favorisce di certo la ricerca e l’ appropriarsi della tranquillità d’animo, il lento interrogarsi per approfondire i propri bisogni e ricercare se stessi immergendosi nella musica”, la cui pratica “necessità di spazi di tempi ritrovati e difesi in un ambiente familiare che non l’ ostacoli” (pag. 7).
L’ accurata analisi delle motivazioni e l’attenta disamina degli atteggiamenti mentali che caratterizzano lo studio musicale in età avanzata sono oggetto del contributo del curatore del volume (Coronare un sogno in età adulta), secondo il quale ”la disponibilità ad apprendere riconduce l’ uomo al serio gioco dell’ infanzia, in uno stato di ritorno a un’ innocenza ritrovata” (pag. 7).
Questo tuffo nella fanciullezza, con i suoi positivi concomitanti di entusiasmo e stupore, come testimoniano le esemplari e vive dichiarazioni di alcuni protagonisti, non deve però falsare la prospettiva didattica dell’insegnante, perché l’adulto presenta modalità di apprendimento assai diverse da quelle di un bambino, oltre al fatto che si pone subito interrogativi cruciali sulla sua capacità di reggere il percorso richiesto per l’ acquisizione di certe competenze.
Per cui ”se insegnare a suonare o a cantare agli adulti ha alcuni aspetti comuni a tutte le fasce d’ età (…) per insegnare musica agli adulti è necessario conoscerne i tracciati “neuro–psico-fisiologici” perché saranno proprio gli adulti a porre domande in questo senso” (pag. 14).
“Se coi bambini prima si sperimenta liberamente e poi si costruisce l’ impalcatura logica, con gli adulti il processo è inverso: prima vogliono capire cosa suoneranno, come e perché, poi si abbandoneranno alla sperimentazione gestuale musicale” (pag. 15).
I temi affrontati da Rebaudengo vengono ripresi, ampliati ed inseriti in un articolato quadro didattico-metodologico da Anna Maria Brusaferro (La didattica musicale per gli adulti).
Partendo dalla centralità della motivazione, che sola è in grado di garantire all’allievo quell’ erogazione di energia necessaria a sostenere l’ investimento spazio–temporale richiesto da un obiettivo complesso come la competenza musicale, l’autrice passa ad identificare i presupposti fondamentali per il buon esito del processo d’apprendimento dell’adulto.
In primis sta la duplice cornice relazionale, insieme professionale e affettiva, che lega docente e discente e la cui corretta gestione permette all’insegnante di “offrire” un contenimento al processo di apprendimento dell’allievo generando, in virtù della sua competenza e del suo amore, uno spazio sicuro in cui tutto possa avvenire senza pericolo,con successo e senza traumi.
L’ attaccamento alla figura del maestro e la consapevolezza di muoversi in uno spazio sicuro, permette all’allievo di liberarsi dall’ “angoscia del fallimento, dalla trappola del giudizio e dalla palude dell’ impazienza” e così di ”mettersi in gioco e di affrontare le sfide che l’apprendimento comporta, con fiducia” (pag. 23).
Il complesso lavoro di cui deve farsi carico l’ insegnante viene poi declinato secondo le diverse problematiche emergenti durante il percorso educativo.
Tra queste, alcune risultano particolarmente delicate e nevralgiche in età adulta, per cui la modalità del nuovo approccio condiziona le possibilità di riuscita dell’ allievo.
Si tratta di misurare con cura l’entità delle sfide dell’apprendimento e di ancorare i successi per ridurre al minimo le ansie da prestazione, di tradurre il giudizio in principi che aiutino a identificare e superare l’errore coscientemente e senza danno per l’ autostima, di separare la percentuale di successo da quella di insuccesso, evitando le dannose implicazioni della sommatoria gestaltica. Non meno importante la registrazione immediata delle nuove risorse acquisite, “con lo scopo di fissare le strategie efficaci nella memoria profonda” e di “fortificare il (…) senso di identità positive, attraverso il potenziamento dell’ autostima” (pag. 34).
Tali strategie didattiche, attivate con la necessaria flessibilità adattiva ai singoli casi, favoriscono sia la realizzazione delle principali modalità della funzione apprendimento (“assorbimento, sperimentazione, elaborazione dell’ errore”, pag. 30), sia di controllare e di incanalare positivamente i tre aspetti del “carattere” adulto (“istintivo, emotivo e cognitivo”), che rischiano di allontanare l’individuo “dalla realtà e di conseguenza dalla possibilità di relazionarsi in modo funzionale e creativo, interferendo con le disponibilità ad apprendere” (pag. 36).
A sfondo metodologico e didattico si presenta pure l’ intervento di Katya Genghini, che affronta lo specifico tema delle lezioni private di pianoforte per amatori.
Dopo aver inquadrato il solito problema del diverso stile cognitivo che caratterizza l’ approccio dell’adulto allo strumento rispetto a quello infantile e adolescenziale, sottolineando l’ulteriore particolarità di un rapporto invertito tra docente e discente, l’autrice passa ad un’interessante disamina storica delle pratiche pianistiche amatoriali del sette–ottocento, per ricavare “alcuni spunti didattici. Tra questi: la pianificazione di lezioni private a scadenza quindicinale (…), durante le quali vengono affrontate diverse attività come l’ analisi, la storia del repertorio pianistico e l’ improvvisazione “guidata”; il ritrovo mensile in cui ognuno di loro esegue i brani studiati o in fase di apprendimento (…); infine gli incontri–lezione insieme ai diversi strumentisti (…) per suonare i brani più amati, tra quelli che in base al proprio livello sono in grado di affrontare” (pag.78).
Un’ organizzazione del lavoro che permette all’ insegnante di rispettare le esigenze dell’ allievo–adulto nella scelta del repertorio più vicino alla sua cultura e alla sua sensibilità, ma anche di aiutarlo a trovare le risposte ai suoi “come” e “perché” durante i momenti di riflessione individuale e di confronto con i colleghi studenti della sua stessa età, quali che siano le diverse motivazioni e aspettative di ognuno.
Stimolanti proposte operative spaziano dalla formazione uditiva alla didattica della creatività, toccando l’ ambito interpretativo sulla scia degli insegnamenti “professionali” del grande Maurizio Pollini, col quale la Genghini si è pianisticamente perfezionata (“Ho pensato che anche ad un adulto “vero” possa far piacere essere curato nelle sue lezioni in ogni particolare musicale. Alcune raffinatezze verranno realizzate da lui con grande facilità, altre dopo un ligio lavoro, altre ancora resteranno solo immaginate” pag. 83).
I due percorsi formativi sulla diteggiatura e la pedalizzazione sono frutto di un’ elaborazione didattica intelligente e innovativa, che cerca di superare la frequente schizofrenia tra esperienza artistica e attività di insegnamento, col suo pericoloso carico di frustrazioni e demotivazioni. “La lezione di pianoforte a un adulto, rappresenta, per un insegnante che è anche concertista, un momento in cui vengono messe in discussione molte di quelle acquisizioni che, con la quotidianità del fare artistico, si sono automatizzate. É quindi un’ occasione (…), per maestro e allievo, di (…) poter crescere entrambi attraverso gli stimoli, che ciascuno è in grado di comunicare” (pag.90).
Ai margini di queste trattazioni di ampio respiro didattico, purtroppo limitate al solo pianoforte (ci sono molti adulti che intraprendono la strada della chitarra e del sax, peccato non parlarne!), stanno due articoli tra loro assai diversi quanto a lunghezza e contenuti specifici, anche se entrambi si distinguono dai precedenti per introdurre anche il tema delle pratiche musicali amatoriali di gruppo.
Così il succinto Coralità e terza età di un Bernardino Streito poco incline ad entrare nel merito della sua lunga e qualificata carriera di preparatore e direttore (ma anche di teorico e didatta), limitandosi a pur brillanti osservazioni generiche sulle dinamiche interne ai cori di adulti dilettanti e sulle loro motivazioni all’apprendimento e abbozzando qualche osservazione a specifici aspetti educativi, come l’ impiego dei vocalizzi, l’ esperienza ritmica, la scelta del repertorio e le modalità di verifica.
Eccessivamente prolisso, invece, il resoconto su Le scuole di musica per adulti in cui l’ autrice, Rossella Fois, racconta in particolare l’ esperienza dei “Corsi popolari serali di musica “ presso il conservatorio “G. Verdi” di Milano, inquadrandoli dapprima nell’ ampio contesto normativo, giuridico e didattico che caratterizza gli “scenari possibili” del rapporto adulti – musica – scuole, per poi tracciarne la storia e delinearne i contenuti didattici.
Il testo non sembra procedere oltre le tematiche già affrontate negli atri contributi, né prospettare angoli di lettura delle medesime particolarmente originale, ma è certo fonte di arricchimento per tutti i più giovani insegnanti la riflessione su un’esperienza così duratura e sfaccettata, frutto dell’esigenza e della volontà di pochi docenti coraggiosi, che hanno saputo trascinare altri verso i poco noti lidi della sperimentazione didattica in prospettiva dell’educazione permanente.
Interessanti le pagine conclusive, dove vengono descritte alcune sperimentazioni ‘vecchie’ e ‘nuove’, che costituiscono prezioso materiale nell’ambito dell’insegnamento teorico e delle attività d’ insieme.
Discorso a parte va svolto per il contributo conclusivo di Mariateresa Lietti, Tempi in musica: generazioni che s’ incontrano, sorta di digressione filosofico–didattica, che prende le mosse da una convinzione: ”Credo che il desiderio delle persone, soprattutto adulte, di avvicinarsi alla musica, abbia molto a che fare sia con il tempo, sia con le passioni” (pag. 101).
Tracciando un percorso in cui le frequenti citazioni dalla più varia letteratura, forse eccessive, ma mai autocompiacenti, fungono da pietre miliari, la Lietti sostiene l’ importanza dello studio musicale come recupero del “senso”, che richiede tempi lunghi e disponibilità totale allo scavo in profondità piuttosto che l’attuale tendenza a correre verso il nulla.
Del resto “in musica il tempo non è lineare: può dilatarsi o accorciarsi, accelerare o rallentare, tornare indietro e anticipare. Ha molto a che fare con la memoria e con l’ immaginazione” (pag. 102).
In questo risiedono le valenze educative del far musica, a qualsiasi età: ritrovare i propri tempi ed accogliervi gli altri, in una reciproca elaborazione del vivere che sia costruzione attiva anziché imposizione passiva.
Secondo l’ autrice, i laboratori musicali di recente istruzione, per il fatto di essere strutture aperte ad adulti e bambini ed esonerate dagli obblighi della “valutazione” dei partecipanti alle sue iniziative, costituiscono una sfruttabile risorsa per uscire dal pantano di una scuola sempre più imprenditorializzata e per attivare occasioni di educazione permanente, finalizzata “a costruire qualcosa di educativo, d’ importante (…), un progetto comune, (…) una musica comune.” (pag.108).
Se suonare o creare musica costituisce l’ambito privilegiato del “gratuito”, dell’ “inutile”, allora “c’è bisogno di un grande sforzo collettivo per tenere vivo questo tipo di esperienze, dove ci si può concedere il lusso di fare qualche cosa che non produce niente, solo per il piacere di farla” (pag.114).
Sarebbe buona cosa leggere queste pagine della Lietti prima degli altri contributi perché forse sono in grado di illuminarne qualche anfratto altrimenti troppo buio per essere notato. Senza dimenticare di dare una scorsa alla bibliografia riportata in Appendice al volume, sobria e puntuale nel riferimento alle diverse aree tematiche, com’è consuetudine nei Quaderni SIEM/EDT, giunti ormai alla loro sedicesima uscita.

Antonio Giacometti