La musica d'insieme tra
scuola e casa:
il gioco scoperto e i concetti nascosti
di Antonio Giacometti
(relazione tenuta a Perugia il 16 settembre 2001,
in occasione del Convegno Nazionale SIEM)
Un gioco sociale, un gioco di regole.
..... Non è certo questa la sede per affrontare
la vasta e complessa tematica dei rapporti fra musica e gioco. Musicologi,
estetologi e psicopedagogisti se ne occupano da tempo, con esiti alterni
quanto a definizioni teoriche e ad individuazione di campi di applicabilità
didattica. (1)
..... Sembra tuttavia opportuno aprire questa
breve comunicazione proprio partendo dai due fondamentali aspetti ludici
cui può ricondurre la pratica musicale d'insieme ai primi livelli dell'approccio
strumentale.
Il primo rimanda alle dinamiche di condivisione e di competizione
tipiche dei giochi sociali (2).
Inserito dall'adulto in un gruppo di compagni di gioco che non conosce,
il bambino è costretto ad avviare un difficile percorso di relazioni multiple,
all'interno del quale il suo 'giocattolo' (lo strumento) gli garantisce
una sorta di identità mediata, senza però costituire oggetto concreto
di scambio e di condivisione. La conseguente assenza di una dimensione
fisica dei rapporti interpersonali genera alcuni problemi iniziali di
gestione del gruppo, sia perché i bambini tendono presto a surrogare il
gioco 'vero' con approcci tattili di disturbo (pizzicotti, calcetti, spinte
ecc…), sia perché, a misura che la tecnica strumentale s'affina, finiscono
col rivolgere tutta la loro attenzione verso se stessi (cioè verso il
loro strumento) e ad innescare atteggiamenti conflittuali e competitivi
che spesso si concretizzano, quelli sì, in liti verbali, dileggi verso
i meno pronti, risentimenti personali.
..... Il secondo aspetto è quello del gioco
di regole (3), che a sua volta si realizza sul piano dell'astrazione.
Minimizzate le regole di tipo comportamentale attraverso il rinforzo della
motivazione, infatti, tutte le regole che stanno alla base dei giochi
musicali di tipo creativo ed esecutivo riguardano la sfera dell'elaborazione
mentale, ideomotoria e/o logico-deduttiva. Elaborazione che, nel caso
dell'esperienza d'insieme, va simultaneamente attivata dal gruppo, sia
quando si tratti semplicemente di tenere la pulsazione sia quando si richieda
di bilanciare una sonorità in funzione dell'altra, o ancora nel caso d'improvvisazioni
da giocarsi, appunto, in relazione a contenuti simbolici collettivamente
condivisi.
Da queste riflessioni emergono almeno due dati significativi:
- Il gioco del suonare insieme non è voluto
dai bambini, ma dall'adulto che li coordina.
- La natura astratta dei rapporti che legano
i componenti del gruppo definisce il gioco della musica d'insieme come
"metagioco".
Ne derivano altrettante conclusioni:
- Le supposte valenze di sviluppo della socializzazione
e della capacità di ascolto reciproco unanimemente riconosciute alla
musica d'insieme non costituiscono base di partenza del lavoro didattico,
ma proprio attraverso quel lavoro vanno gradualmente potenziate e attualizzate.
- La dimensione fisico-tattile dei rapporti
relazionali tra bambini che giocano può venire sottratta alle ipoteche
astrattive del gioco musicale solo se si riesce a superare la rigida
settorialità del 'bambino strumentista', promovendo attività integrate
di tipo motorio, gestuale e vocale.
..... Come si vede, siamo tanto lontani
da una concezione del gruppo d'insieme come "orchestra da dirigere per
fare repertorio" quanto vicini ad un'idea di laboratorio permanente,
dove s'intrecciano, con varia distribuzione di nodi e di trame piane,
i fili della cognizione e dell'affettività, della crescita tecnico-strumentale
specifica e della risposta collettiva a stimoli musicali di diversa provenienza.
Costruire
senso.
..... Se è vero, come tende ad evidenziare
l'attuale pensiero pedagogico (4), che una progettazione didattica non
può ignorare l'importanza di attribuire senso ad ogni attività
di apprendimento proposta al bambino (5), allora si potrebbe concludere
(con un buon margine di verità) che non esiste ambito di apprendimento
più manifestamente dotato di senso di quello del suonare uno strumento.
In effetti, il processo graduale che porta il bambino ad acquisire le
abilità motorie e mentali necessarie per risolvere i problemi tecnici
dello studio strumentale è direttamente connesso alla possibilità di produrre
senso musicale sempre più complesso e gratificante, sia sul piano
introflessivo del piacere per il prodotto musicale in sé e per
la risoluzione positiva dello sforzo, che su quello estroflessivo
del piacere infantile per l'esibizione spettacolare delle proprie competenze.
D'altra parte, è risaputo come questo apparente automatismo della produzione
di senso nel processo di apprendimento strumentale venga spesso frenato
da insorgenti difficoltà di puro ordine tecnico, particolarmente laddove
si protraggano a lungo i tempi di apprendistato per l'emissione del suono,
o l'allievo evidenzi persistenti difficoltà di coordinazione.
Quale che sia, allora, il livello di consapevolezza didattica dell'insegnante
di strumento, la situazione di stallo rischia di compromettere l'identificazione
del bambino con il senso delle manipolazioni strumentali ripetitive che
gli vengono proposte in forma più o meno giocosa e più o meno vicina a
prodotti musicali organizzati, con perdita progressiva anche del piacere
per lo sforzo finalizzato (il bambino fatica senza produrre risultati
apprezzabili).
A questa richiesta di una costruzione di senso, che parta dai primissimi
approcci strumentali e sia in grado di valorizzare le pur minime competenze
tecniche e musicali di volta in volta raggiunte, può corrispondere la
pratica didattica della musica d'insieme, soprattutto quando si riesca
ad attivare quella sorta di circolo semantico, in virtù del quale
il risultato completo e gratificante dello sforzo collettivo attribuisce
senso allo sforzo individuale, mentre la crescita delle acquisizioni
individuali permette produzioni collettive di senso musicale sempre più
complesse e coinvolgenti.
Naturalmente, il "circolo" può funzionare solo se non viene dato per scontato
e, soprattutto, se vengono considerate alcune problematiche emergenti
dal concetto stesso di 'senso' in un tale contesto educativo:
- "Un bambino può aver voglia solo di ciò
che conosce!" (6). Ciò equivale a dire che, a prescindere dai contenuti
proposti, auspicabilmente in grado di spingere sempre gli allievi verso
territori nuovi della conoscenza, l'insegnante deve farsi carico di
realizzare situazioni di gruppo nelle quali tutti si possano riconoscere,
riproducendo tempi, modi e dinamiche del gioco collettivo in relazione
all'età psicologica degli allievi, o appoggiandosi a linguaggi con cui
abbiano maggiore familiarità. Il coinvolgimento costante delle più recenti
conquiste dell'allievo in campo strumentale, il ricorso ad attività
di sonorizzazione di racconti, l'impiego di forme microteatrali in cui
venga sollecitata e potenziata la tendenza naturale del bambino all'esibizione,
così come il costante riferirsi alla globalità dei mezzi espressivi
(giochi manipolativi di scambio strumentale, giochi vocali, motori,
gestuali e grafo-simbolici) circondano i giovanissimi musicisti con
un 'alone di senso', che certo la conduzione frontale del gruppo ("suona
quel che c'è scritto!") non può generare.
- C'è una certa differenza fra ciò che ha
senso per l'insegnante e ciò che ha senso per l'alunno e di questo spesso
ci si dimentica quando si propongono attività e repertori musicali che
si considerano surrettiziamente 'più adatti' per i bambini o 'importanti'
sul piano culturale. Su questo problema torneremo più specificamente
nel paragrafo dedicato alla composizione d'insieme per l'infanzia.
- Come in tutte le attività didattiche che
si riferiscono a contenuti di sapere, anche nel campo della musica d'insieme
s'annida il rischio della deriva tecnicista, alimentato dalla
diffusa tendenza a chiudere l'esperienza educativa entro gli angusti
confini della 'prova d'orchestra', con esaltazione dei suoi aspetti
meccanici e ripetitivi in funzione di esecuzioni tecnicamente perfette
di composizioni imposte dall'esterno e mai interiorizzate dai bambini
sul piano del come (elementi linguistici primari, processi formali/strutturali),
e del perché (contenuto simbolico).
Evitare la deriva significa in prima
istanza attuare la piena integrazione didattica tra gli aspetti esecutivo,
produttivo e riflessivo dell'apprendimento musicale, allontanando la
sempre forte tentazione di tener separata la "teoria" dalla "pratica".
Evitare la deriva significa anche ricercare il senso del far musica
insieme al di fuori del contenuto dei saperi, proiettandone le valenze
formative sulla dimensione del vissuto quotidiano, per costruire nuovo
senso e nuove motivazioni attraverso il coinvolgimento delle famiglie,
il potenziamento dei legami affettivi, l'immediata finalizzazione performativa,
l'incontro-confronto con altri musicisti.
.....
Su queste premesse si fonda il modello metodologico che dal 1987
ho elaborato con il contributo dei colleghi dei Corsi di avviamento
strumentale, organizzati dalla sezione bresciana della SIEM e che
da allora si è gradualmente precisato ed arricchito fino a giungere ad
una prima definizione strutturata. Di questo modello, e della sua recente
applicazione in ambito editoriale, si parlerà nel prossimo paragrafo,
auspicando che possa servire come base per riflessioni, discussioni e
confronti.
Un percorso sperimentato.
..... Nei quindici anni che sono passati
dalla prima istituzione dei corsi di musica d'insieme nella struttura
educativa della SIEM di Brescia alcuni aspetti dell'intervento didattico
sono stati modificati, altri completamente ripensati, altri ancora potenziati
e metodologicamente precisati, ma due 'muri portanti' hanno continuato
a sostenerne la complessa architettura:
- ricerca di una sintonia d'intenti tra gli insegnanti di strumento e
l'insegnante di musica d'insieme;
- integrazione della lettura/scrittura musicale, dell'ear training e della
riflessione teorica nel contesto dell'attività strumentale collettiva.
La robustezza di tali muri non s'è rivelata peraltro né ovvia né implicita,
quando solo si pensi agli anni di discussioni e polemiche sulla centralità
o meno del 'solfeggio' nel processo di acquisizione delle abilità ritmiche
necessarie a sostenere la crescita delle competenze strumentali; anni
passati a palleggiarsi reciprocamente responsabilità e pertinenze di campo,
ad accusarsi di opposte tendenze al tradizionalismo ottuso o al progressismo
dispersivo e inconcludente.
Le fratture si sono potute ricomporre solo grazie ad un paziente lavoro
di cucitura da parte dei coordinatori dei corsi, sostenuto da riunioni
di confronto e da periodici microstage di aggiornamento, ma, soprattutto,
alla crescita del livello quantitativo/qualitativo d'interventi e pubblicazioni
nel settore specifico, che ha permesso alle nuove generazioni d'insegnanti
di porre in discussione le convinzioni ereditate dal modello conservatoriale
attraverso l'autoaggiornamento, la sperimentazione sul campo, la verifica
delle ipotesi innovative ed un confronto coi colleghi finalmente fondato
sull'oggettività dei modelli didattici piuttosto che sul pregiudizio personale.
Così, da almeno cinque anni a questa parte, quei 'muri portanti' hanno
potuto finalmente fornire la necessaria garanzia di solidità, essendo
riconosciuti i ruoli specifici, ma integrati, dell'insegnante di strumento
e del coordinatore dei gruppi d'insieme, nel senso che:
- il primo favorisce la crescita della consapevolezza ritmica e diastematica
nei tempi e con le modalità che la natura dello strumento e le sue caratteristiche
tecniche impongono; ciò comporta l'impossibilità di scindere l'acquisizione
di concetti relativi ai campi semiografici e grammaticali della musica
da una crescita psicomotoria ed affettiva del 'musicale'.
- il secondo tende a collocare i concetti già acquisiti dagli allievi
attraverso lo studio strumentale nell'alveo di contesti sonori significanti,
rivelando così la natura simbolica dei singoli campi (diastematica, ritmica
pulsiva e figurale, timbro ecc…) e delle loro interazioni (principi costruttivi).
Ne risulta una sorta di 'circolo virtuoso', all'interno del quale la didattica
strumentale può ricevere dalla pratica d'insieme nuovi stimoli per una
ridefinizione mirata di obiettivi e metodologie, mentre i percorsi dell'apprendimento
collettivo vengono costantemente rimodellati sulle competenze individuali
di volta in volta raggiunte.
..... Entrando ora nel merito dei contenuti
specifici e degli aspetti metodologici del percorso didattico, s'inizierà
con l'evidenziarne l'attuale strutturazione su quattro livelli, differenziati
quanto a fasce d'età, obiettivi cognitivi, tipologia delle proposte
musicali, strategie di conduzione del gruppo. Va peraltro ricordato
che i bambini accedono al corso di musica d'insieme contestualmente all'inizio
dell'avviamento strumentale, dopo uno o due anni di propedeutica generale,
e che per ragioni diverse i gruppi di partenza si formano spesso con soggetti
d'età compresa tra i sette e i nove anni.
La tendenza è quella di procedere, dai sette agli undici anni (o dai nove
ai tredici), verso dimensioni sempre più astratte del linguaggio musicale,
affrancandone gradualmente strutture e forme dal riferimento diretto a
contesti esterni per giungere ad una comprensione mediata del loro contenuto
simbolico.Tratto comune del percorso è l'atteggiamento ludico,
attraverso il quale si rinforzano progressivamente l'affiatamento dell'insieme
(gioco sociale), l'appropriazione fisica di tecniche e strutture
linguistiche di base (gioco manipolativo), la capacità d'impiegare
con coerenza quelle tecniche e quelle strutture in situazioni diverse
(gioco di regole), la consapevolezza del senso che da esse può
scaturire (gioco creativo-simbolico). Senza dimenticare quell'aspetto
esibizionistico ed estroversivo del far musica (gioco dello spettacolo),
che va subito sostenuto e potenziato, per fondare su solide basi un atteggiamento
gioioso, partecipato e comunicativo del far musica insieme, capace di
convertire le tensioni negative e la paura dell'errore nelle positive
energie che la 'sfida' del crescere costantemente richiede.
..... All'insegnante vengono allora demandati
alcuni compiti fondamentali:
- mantenere 'scoperti' tutti i giochi, organizzando
con cura le reti concettuali che nascondono;
- evidenziare il 'senso' delle attività proposte,
attribuendo ad ogni gioco una compiutezza tale da renderlo evento comunicabile
all'esterno con motivata convinzione (naturalmente non si tratta di
trascorrere un anno sulla costruzione di un … megashow, ma di produrre
costantemente minispettacoli, che abbiano come epicentro l'acquisizione
di un concetto e possano offrirsi all'ascolto/visione di genitori e
coetanei).
Per
evidenti ragioni di tempo, analizzeremo qui solo i contenuti e le metodologie
concernenti il primo livello, la cui fase iniziale è dedicata all'esplorazione
dei mondi sonori ed espressivi degli strumenti presenti nell'insieme;
tale esplorazione si concretizza nella produzione di 'racconti musicali'
basati su un esplicito testo narrativo, stimolando così le prime rappresentazioni
grafiche degli eventi realizzati. Sempre attraverso il riferimento concreto
alla narrazione verbale, al movimento coordinato e all'attività vocale
e strumentale, il bambino giunge in seguito all'acquisizione operativa
del concetto di pulsazione isocrona (in forma di semiminima) e
di durate proporzionali ottenute per moltiplicazione (= rallentamento)
e divisione (= accelerazione), iniziando il suo percorso di scrittura/lettura
simbolica sorretto dalle motivazioni forti del "leggere per ricordare
e per capire" e dello "scrivere per variare e comporre"(7). In tal senso,
i brani d'insieme proposti non si limitano a rispettare genericamente
le acquisizioni tecniche raggiunte, ma possiedono alcune fondamentali
caratteristiche:
- sono concepiti in una forma aperta, che permette manipolazioni
interne e sollecita costruzioni creative individuali;
- sono sempre presentati al bambino come partiture complete e non
come parti separate;
- sono sempre corredati da proposte di riflessione analitica, concernenti
il contenuto simbolico e i suoi rapporti con la forma/struttura della
composizione musicale.
Fin dall'inizio, inoltre, vengono proposte semplici sovrapposizioni poliritmiche
e polimetriche, in grado di abituare l'allievo alle più diverse
distribuzioni accentuali, mentre il ricorso al concetto di riserva
sonora per la costruzione e la variazione compositiva prepara alle
future esplorazioni nell'ambito di sistemi sonori storicamente e culturalmente
connotati (modalità, tonalità ecc...).
Come si vede, non si tratta d'impartire nozioni o di trasmettere abilità
e comportamenti presuntamente corretti, ma di stimolare un approccio alla
musica completo e poliedrico, in cui le categorie di 'facile' e 'difficile'
vengono affrontate nel loro portato insieme logico e psicologico, connettendosi
sempre alla produzione di senso. In tale prospettiva, che si proietta
comunque su tutti quattro i livelli, a prescindere dal progressivo ampliarsi
delle esperienze in direzione astrattiva, il nucleo centrale dell'azione
didattica non è il singolo dato sonoro, ma il quadro mentale
in grado di coordinarlo con altri dati e d'impiegarlo, con logica, convinzione
ed emozione, in contesti diversi da quello in cui è stato isolato.
I
tratti tecnico-linguistici ed estetici della composizione per insieme
strumentale di bambini.
..... Relativamente al progetto didattico
appena delineato, dove la valenza estetica del prodotto musicale
finito non risulta mai più importante del processo costruttivo e performativo
che quel prodotto ha generato, il ricorso a tecniche di scrittura per
la produzione di brani originali o di trascrizioni andrebbe a mio avviso
mirato in alcune direzioni fondamentali:
- Enfatizzazione degli elementi linguistici
e dei principi costruttivi che s'intende porre al centro dell'attività
esecutiva.
- Ricerca dei 'gesti' strumentali che il gruppo
è in grado di controllare, riflettendo sempre sull'opportunità di rimanere
al di sotto di competenze manipolative apparentemente già acquisite,
ma non necessariamente padroneggiate. In tal senso, l'iniziale
ricorso a sound meno selettivi di quello tonale (ad esempio quelli jazzistici
o le particolari sonorità della musica contemporanea) può costituire
un buon punto di partenza, in grado di superare certe aporie dei primi
anni di corso strumentale, quali ad esempio, negli strumenti ad arco
e a fiato, il suono 'vitreo' e la tendenza ad un'intonazione naturalmente
diseguale.
- Valorizzazione dei tratti timbrici peculiari
del singolo strumento, attraverso l'ideazione di percorsi d'esplorazione
e d'improvvisazione.
- Costruzione di brani brevi ed architettonicamente
chiari, tali da rendere quasi immediata la loro realizzazione e
da lasciare spazio per la riflessione attraverso esperienze estemporanee
guidate di manipolazione, trasformazione e ri-creazione.
Senza entrare nel merito delle specifiche strategie compositive, l'idea
è quella di produrre musica dotata di senso e di un suo leggibile livello
estetico, attivando nel contempo canali di sviluppo cognitivo ed espressivo,
ambiti cui si deve necessariamente rivolgere qualsiasi progetto di formazione
musicale.
Per vivere la dimensione quotidiana del far musica.
..... Se il gioco della musica d'insieme
si propone obiettivi formativi e mira alla strutturazione forte di un
Io musicale cosciente e consapevole dei propri mezzi espressivi
e comunicativi, allora è evidente che l'ora o le ore scolastiche non bastano.
Il gioco va prolungato il più possibile nel quotidiano e, soprattutto,
va spostato dalla scuola all'ambiente familiare. Quando i bambini possono
trovarsi tra loro (anche assistiti e coordinati da un adulto, ma tra
loro) e far interagire il gioco della musica con il gioco libero,
senza problemi assillanti di tempo e di comportamento, senza particolari
imposizioni di obiettivi cognitivi, ma con la voglia di trovarsi a suonare
"un po'" e con la testa piena del 'dopo', si crea spontaneamente un progressivo
affiatamento, che alla lunga migliora la qualità del suono, l'ascolto
interno ed esterno, la precisione ritmica, la reattività alle soluzioni
improvvisate, l'atteggiamento nei confronti dell'errore personale e altrui.
Inutile dilungarsi ulteriormente nella presentazione della tuttora non
conclusa esperienza de I sei della domenica (ora diventati dieci)
(8). Varrà invece la pena mostrare un breve videomontaggio, che mette
a confronto, presentandoli in immediata successione, tre performance
di quel gruppo, dal periodo in cui faceva parte del più ampio insieme
dei corsi di avviamento strumentale della SIEM di Brescia (Fumi,
una sonorizzazione strutturata su una poesia di Etienne Leero) (9), fino
ad un significativo estratto da La fabbrica del cioccolato, spettacolo
d'integrazione teatro-musica realizzato dopo che il gruppo originale dei
sei bambini s'incontrava regolarmente da quasi tre anni. A voi apprezzarne
l'evoluzione a vario livello ed a comprenderne l'implicito percorso, sulla
base di quanto finora esposto. Ad aiutarvi saranno gli stessi bambini,
con i loro atteggiamenti e le loro espressioni.
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