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Questa è una congiuntura epocale che richiede indubbiamente una certa
attitudine alla 'complessità': la richiede nei comportamenti e nelle relazioni
sociali non meno che nell'articolazione del pensiero e nei modi della
fruizione estetica.
Questa congiuntura epocale sottrae agli uomini le rassicuranti certezze
di comportamenti, relazioni, riflessioni e fruizioni giocati all'interno
di un contesto unitario: difficilmente si vive una vita intera nello stesso
habitat; sempre più di frequente ci si relaziona con culture e visioni
del mondo diverse; quasi sterminata è l'offerta di letteratura, arte e
musica, in un ventaglio proteiforme di generi, stili e destinazioni labilmente
definiti, quando non addirittura reciprocamente trasfondenti.
Per nessuna domanda c'è una sola risposta. Nessun percorso esistenziale
risulta lineare e prevedibile. Nessun rapporto con 'l'altro' è gestibile
sulla base di schemi preformati e univoci. Adattarsi, nel senso piagetiano,
significa riplasmare costantemente 'il sé' in funzione di una realtà incertamente
fondata sui principi mobili della stratificazione e della contraddizione.
Non è questa la sede per tentare interpretazioni antropologiche e filosofiche
del fenomeno, né, tantomeno, per esprimere giudizi di valore. Un fatto
è dato: la storia dell'uomo è giunta a definire una cornice complessa
ed è al suo interno che dobbiamo imparare a muoverci; ma sapersi muovere
all'interno di questa cornice significa innanzitutto rinunciare alle semplificazioni,
perché il principio di contraddizione impone la dialettica (cioè la pluralità
dei punti di vista) e la stratificazione chiama in causa il pensiero analitico
(cioè la capacità di scorgere i diversi livelli di significato che compongono
un fenomeno e le loro reciproche interazioni).
Va notato, invece, che un eccesso di semplificazione prevale proprio nei
due ambiti-chiave dell'informazione e dell'educazione, laddove per ragioni
propagandistiche o per l'ansia di completare programmi di studio rigidi
e linearmente concepiti, si rinuncia a sviluppare nei giovani quell'attitudine
a 'respirare dal profondo' gli eventi della vita e della cultura, problematizzandone
l'origine e i significati anziché limitarsi a coglierne la superficie
o ad accettarne stereotipe interpretazioni imposte dall'esterno.
A questo
punto ci si potrà chiedere che cosa c'entri la musica con tutto questo.
La musica c'entra perché, nei suoi aspetti antropologici, estetici e stilistici,
rappresenta un caso paradigmatico di fenomeno complesso.
Complesso, non complicato.
Complesso, nel senso che si è precisato di stratificato e dialettico.
La musica c'entra, quindi, perché contribuisce, come prodotto artistico
e come campo di riflessione pedagogico-didattica, a definire possibili
strategie di lettura della complessità tout-court attraverso il paradigma
(metaforico) della complessità sonora e musicale. La quale, però, non
va confusa né coi valori estetici della composizione, né, tantomeno, con
gli artifici tecnici a matrice logico-matematica messi in gioco dall'autore.
In verità, affermare la supremazia della 'complessità' contrappuntistica
sulla 'semplicità' monodica equivale a voler negare la palese complessità
naturale di una conformazione tettonica o di un humus boschivo a fronte
della complessità dei modelli matematici sottesi al funzionamento di un
computer.
La complessità non si misura in bit perché è un concetto qualitativo e
non quantitativo.
La complessità non ha (quasi) nulla a che vedere con l'intelligenza logica,
perché la sua necessità non risiede solo nei domini delle operazioni astratte,
ma anche, e a volte soprattutto, in quelli dell'intuizione relazionale,
della simbolizzazione primaria, della fantasia associativa e della trasversalità
disciplinare.
Chiarita la questione teorica generale, risulta allora falsa qualsiasi
pretesa di associare automaticamente la semplicità delle manifestazioni
esteriori con l'elementarità dei processi e delle funzioni che le hanno
generate. Il lattante che afferra l'alluce del proprio piede compie un
atto indubbiamente 'semplice', ma le operazioni mentali che mobilita sono
estremamente complesse e vanno ad attivare funzioni complementari e interagenti,
con l'obiettivo di associare il coordinamento oculo-manuale alla consapevolezza
dell''esserci come corpo'.
In tal senso, tornando alla musica, ogni evento compositivo può dirsi
complesso, a prescindere dai suoi tratti di superficie più o meno inclini
ad immediata godibilità percettiva, e può così contribuire ad innescare
strategie di lettura profonda del reale sub specie sonora. Tutto dipende
dal livello di riflessione che si è in grado di attuare.. Un "Di quella
pira" continuerà a suonare come banale melodia sostenuta da un accompagnamento
triviale se non ci si porta al livello della stratificazione semantica
che l'ha generata, così come la "Music of changes" di John Cage rischia
di mandare al manicomio se ci si rifiuta di scavare tra le pieghe del
gioco d'azzardo combinatorio sul quale si fonda. Le implicazioni motorie
di tipo ricreativo che nel corso degli anni hanno plasmato e riplasmato
tutte le Mazurke di tutte le zie costituiscono certo una complessità più
bassa delle teorie stocastiche o delle inferenze etnologiche sottese alle
opere di Xenakis e di Ligeti, ma è altrettanto certo che in entrambi i
casi si daranno falsi giudizi se non si riuscirà a 'respirare dal profondo',
chiedendosi qualche perché e ricostruendo con pazienza le trame intessute
dal corpo e dalla mente dell'uomo, con i suoi bisogni, le sue aspirazioni,
la sua storia, per giungere alla costruzione di quell'edificio sonoro.
La Mazurka è roba da cervelli in moviola. Xenakis è inascoltabile. Ligeti
è troppo difficile.
Come dire che il nigeriano del piano di sopra è uno scansafatiche perché
la sera invita gli amici a suonare. O che il bambino del piano di sotto
è un alienato perché sta davanti al televisore tutto il pomeriggio.
In questa congiuntura epocale non abbiamo bisogno di un'estetica della
complessità. Quella può aspettare, consumando il tempo di attesa, se vuole,
in più o meno eccitanti dibattiti ideologici.
In questa congiuntura epocale, ciò di cui abbiamo bisogno è di un'educazione
alle complessità.
Prima che l'inesorabile abbassamento dell'età dei "perché?" e dei "come?"
generi un mondo d'ignoranti egocentrici ed intolleranti, capaci di vivere
solo sul principio dell'azione/reazione.
Prima che la riflessione lasci definitivamente il posto al pregiudizio.
Forse il compositore contemporaneo ha un dovere: quello di lasciare che
la propria complessità creativa si costruisca sinceramente sulla dialettica
contraddittoria dello stare nel mondo, lontana da artifici e forzature
imposti dai potentati economici e culturali di vario segno. Una complessità
leggibile, da cui traspaia quell'insieme di referenti che induce a letture
sempre più profonde.
Certo, sull'educatore musicale gravano molte responsabilità. Una su tutte:
offrire ai bambini di oggi e di domani un universo sonoro aperto e ricco
di stimoli, della cui costruzione stratificata e dialettica possano essere
in ogni momento partecipi. Oltre gli accademismi e le semplificazioni
manualistiche di comodo. Oltre il "giusto" e lo "sbagliato", mai compreso
e motivato a sufficienza.
Compiti complessi entrambi, non c'è dubbio. Ma se si vuole parlare di
complessità bisogna essere pronti anche a correre i rischi della sua concreta
attuazione. Altrimenti, come al solito, saranno solo parole vuote.
Antonio Giacometti
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