EDUCARE ALLE COMPLESSITA'
(anche la Musica può fare la sua parte)

Brescia Musica n.79 - Dicembre 2001


Questa è una congiuntura epocale che richiede indubbiamente una certa attitudine alla 'complessità': la richiede nei comportamenti e nelle relazioni sociali non meno che nell'articolazione del pensiero e nei modi della fruizione estetica.
Questa congiuntura epocale sottrae agli uomini le rassicuranti certezze di comportamenti, relazioni, riflessioni e fruizioni giocati all'interno di un contesto unitario: difficilmente si vive una vita intera nello stesso habitat; sempre più di frequente ci si relaziona con culture e visioni del mondo diverse; quasi sterminata è l'offerta di letteratura, arte e musica, in un ventaglio proteiforme di generi, stili e destinazioni labilmente definiti, quando non addirittura reciprocamente trasfondenti.
Per nessuna domanda c'è una sola risposta. Nessun percorso esistenziale risulta lineare e prevedibile. Nessun rapporto con 'l'altro' è gestibile sulla base di schemi preformati e univoci. Adattarsi, nel senso piagetiano, significa riplasmare costantemente 'il sé' in funzione di una realtà incertamente fondata sui principi mobili della stratificazione e della contraddizione. Non è questa la sede per tentare interpretazioni antropologiche e filosofiche del fenomeno, né, tantomeno, per esprimere giudizi di valore. Un fatto è dato: la storia dell'uomo è giunta a definire una cornice complessa ed è al suo interno che dobbiamo imparare a muoverci; ma sapersi muovere all'interno di questa cornice significa innanzitutto rinunciare alle semplificazioni, perché il principio di contraddizione impone la dialettica (cioè la pluralità dei punti di vista) e la stratificazione chiama in causa il pensiero analitico (cioè la capacità di scorgere i diversi livelli di significato che compongono un fenomeno e le loro reciproche interazioni).
Va notato, invece, che un eccesso di semplificazione prevale proprio nei due ambiti-chiave dell'informazione e dell'educazione, laddove per ragioni propagandistiche o per l'ansia di completare programmi di studio rigidi e linearmente concepiti, si rinuncia a sviluppare nei giovani quell'attitudine a 'respirare dal profondo' gli eventi della vita e della cultura, problematizzandone l'origine e i significati anziché limitarsi a coglierne la superficie o ad accettarne stereotipe interpretazioni imposte dall'esterno.

A questo punto ci si potrà chiedere che cosa c'entri la musica con tutto questo.
La musica c'entra perché, nei suoi aspetti antropologici, estetici e stilistici, rappresenta un caso paradigmatico di fenomeno complesso.
Complesso, non complicato.
Complesso, nel senso che si è precisato di stratificato e dialettico.
La musica c'entra, quindi, perché contribuisce, come prodotto artistico e come campo di riflessione pedagogico-didattica, a definire possibili strategie di lettura della complessità tout-court attraverso il paradigma (metaforico) della complessità sonora e musicale. La quale, però, non va confusa né coi valori estetici della composizione, né, tantomeno, con gli artifici tecnici a matrice logico-matematica messi in gioco dall'autore.
In verità, affermare la supremazia della 'complessità' contrappuntistica sulla 'semplicità' monodica equivale a voler negare la palese complessità naturale di una conformazione tettonica o di un humus boschivo a fronte della complessità dei modelli matematici sottesi al funzionamento di un computer.
La complessità non si misura in bit perché è un concetto qualitativo e non quantitativo.
La complessità non ha (quasi) nulla a che vedere con l'intelligenza logica, perché la sua necessità non risiede solo nei domini delle operazioni astratte, ma anche, e a volte soprattutto, in quelli dell'intuizione relazionale, della simbolizzazione primaria, della fantasia associativa e della trasversalità disciplinare.
Chiarita la questione teorica generale, risulta allora falsa qualsiasi pretesa di associare automaticamente la semplicità delle manifestazioni esteriori con l'elementarità dei processi e delle funzioni che le hanno generate. Il lattante che afferra l'alluce del proprio piede compie un atto indubbiamente 'semplice', ma le operazioni mentali che mobilita sono estremamente complesse e vanno ad attivare funzioni complementari e interagenti, con l'obiettivo di associare il coordinamento oculo-manuale alla consapevolezza dell''esserci come corpo'.
In tal senso, tornando alla musica, ogni evento compositivo può dirsi complesso, a prescindere dai suoi tratti di superficie più o meno inclini ad immediata godibilità percettiva, e può così contribuire ad innescare strategie di lettura profonda del reale sub specie sonora. Tutto dipende dal livello di riflessione che si è in grado di attuare.. Un "Di quella pira" continuerà a suonare come banale melodia sostenuta da un accompagnamento triviale se non ci si porta al livello della stratificazione semantica che l'ha generata, così come la "Music of changes" di John Cage rischia di mandare al manicomio se ci si rifiuta di scavare tra le pieghe del gioco d'azzardo combinatorio sul quale si fonda. Le implicazioni motorie di tipo ricreativo che nel corso degli anni hanno plasmato e riplasmato tutte le Mazurke di tutte le zie costituiscono certo una complessità più bassa delle teorie stocastiche o delle inferenze etnologiche sottese alle opere di Xenakis e di Ligeti, ma è altrettanto certo che in entrambi i casi si daranno falsi giudizi se non si riuscirà a 'respirare dal profondo', chiedendosi qualche perché e ricostruendo con pazienza le trame intessute dal corpo e dalla mente dell'uomo, con i suoi bisogni, le sue aspirazioni, la sua storia, per giungere alla costruzione di quell'edificio sonoro.
La Mazurka è roba da cervelli in moviola. Xenakis è inascoltabile. Ligeti è troppo difficile.
Come dire che il nigeriano del piano di sopra è uno scansafatiche perché la sera invita gli amici a suonare. O che il bambino del piano di sotto è un alienato perché sta davanti al televisore tutto il pomeriggio.
In questa congiuntura epocale non abbiamo bisogno di un'estetica della complessità. Quella può aspettare, consumando il tempo di attesa, se vuole, in più o meno eccitanti dibattiti ideologici.
In questa congiuntura epocale, ciò di cui abbiamo bisogno è di un'educazione alle complessità.
Prima che l'inesorabile abbassamento dell'età dei "perché?" e dei "come?" generi un mondo d'ignoranti egocentrici ed intolleranti, capaci di vivere solo sul principio dell'azione/reazione.
Prima che la riflessione lasci definitivamente il posto al pregiudizio.
Forse il compositore contemporaneo ha un dovere: quello di lasciare che la propria complessità creativa si costruisca sinceramente sulla dialettica contraddittoria dello stare nel mondo, lontana da artifici e forzature imposti dai potentati economici e culturali di vario segno. Una complessità leggibile, da cui traspaia quell'insieme di referenti che induce a letture sempre più profonde.
Certo, sull'educatore musicale gravano molte responsabilità. Una su tutte: offrire ai bambini di oggi e di domani un universo sonoro aperto e ricco di stimoli, della cui costruzione stratificata e dialettica possano essere in ogni momento partecipi. Oltre gli accademismi e le semplificazioni manualistiche di comodo. Oltre il "giusto" e lo "sbagliato", mai compreso e motivato a sufficienza.
Compiti complessi entrambi, non c'è dubbio. Ma se si vuole parlare di complessità bisogna essere pronti anche a correre i rischi della sua concreta attuazione. Altrimenti, come al solito, saranno solo parole vuote.

Antonio Giacometti