Addio, Karlheinz. Ci rivedremo nella luce …
Ricordo ancora il primo brano di Karlheinz Stockhausen che ebbi l’occasione di ascoltare, riprodotto su un grande registratore a bobine. Era l’inverno del 1977 a Milano, nei locali di una qualche circoscrizione che non ricordo (o forse un circolo operaio), dove il mio insegnante di composizione aveva portato alcuni allievi della classe per tenervi un ciclo di conferenze sulla musica contemporanea ad uso e consumo dei deculturati di turno.
Naturalmente i soliti quattro gatti, che pendevano dalle labbra di un manipolo di ventenni inesperti e logorroici. Dopo il risibile intervento del sottoscritto (era su Boulez?), fu il turno della compagna più anziana, che propose l’analisi di un suo pezzo di musica elettronica, messo a confronto con la composizione d’autore che l’aveva ispirato. Quella composizione era il Gesang der Junginge di Stockhausen. Trovai piuttosto noioso lo scolastico tentativo dalla collega, mentre rimasi affascinato dal lavoro di quel compositore, di cui avevo letto, ma la cui opera era colpevolmente sconosciuta alle mie orecchie. Il giorno dopo comprai il primo di una nutrita serie di vinili, che nell’epoca dei Cd e degli MP3 (4) tengo ancora in serbo con cura antiquaria: Momente.
Naturalmente, aver estratto dalla memoria questi due piccoli gioielli della cultura musicale occidentale non è stato solo il pretesto per l’affabulazione un po’ nostalgica di un cinquantenne, ma una scelta consapevole e, per quanto mi riguarda, anche emblematica. Senza entrare in questioni analitiche, essi infatti ben rappresentano i due settori di ricerca creativa, che il maestro tedesco ha coltivato e alimentato durante tutto l’arco della sua vita artistica: quello della musica elettronica (dagli albori dello Studio di Colonia alle più recenti intraprese nel campo del suono digitale, delle trasformazioni in tempo reale e della spazializzazione del sonoro) e quello del teatro musicale, da intendersi non solo come opera in musica vera e propria o come happening integrato, ma anche come isolamento e valorizzazione della teatralità insita nei gesti strumentali e vocali. Chi ha ascoltato il Gesang non dimentica il fascino alieno che promana dalla manipolazione sapiente delle voci infantili, così come non è possibile dimenticare l’attacco di Momente, in cui gli applausi asincroni dei cantanti stimolano reazioni inusitate e scaraventano di peso l’ascoltatore ‘al di qua’ del palcoscenico, provocandone l’inerzia con gestualità sonore irriverenti ed inquietanti contrappunti corali.
Di una tale propensione alla teatralità, Stockhausen lasciò la sua testimonianza più significativa nel cosiddetto “ciclo dei giorni di luce”, sei opere in musica scritte tra il 1981 (Donnerstag aus Licht) e il 2003 (Sonntag aus Licht) nelle quali l’aspirazione wagneriana al Gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale) si attualizza in un dispiegamento di mezzi elettroacustici e scenotecnici spesso ai limiti della compiaciuta autocelebrazione, mentre la tecnica compositiva del Leitmotiv (ora Formula) tende a riagganciarsi organicamente alle logiche seriali e strutturaliste della scuola di Darmstadt, dove il giovane Karlheinz aveva condiviso gli ideali della nuova musica con altri musicisti del calibro di Olivier Messiaen, Bruno Maderna, John Cage, Pierre Boulez ed Henry Pousseur.
La predilezione di Stockhausen per i cicli compositivi, dai quali eventualmente ricavare brani ‘staccati’, si conferma anche nella produzione di Klang, le 24 ore del giorno, composta da una serie di pezzi nei quali, attraverso sofisticate tecnologie di spazializzazione e di proiezione del suono, il maestro tedesco esprime la propria originale concezione del tempo , nata da una sua personalissima attrazione per le filosofie orientali, in cui l’immobilità contemplativa è vissuta come azione, in contrapposizione a quella romantico-espressionista fondata sulla direzionalità del divenire (questi concetti erano in verità stati affrontati già negli anni ’60, sia sul piano teorico, con l’articolo Wie die Zeit vergeht – Come scorre il tempo – sia su quello artistico, con la composizione, fra le altre, del famoso Mantra per due pianoforti e modulatore ad anello). Del resto, la propensione del compositore tedesco per il misticismo, l’esoterismo e la numerologia, di cui è variamente intrisa la sua vastissima produzione (oltre 300 numeri), ha guidato non solo la sua mano artistica, ma anche la costruzione sapientemente curata del personaggio. Chi ha la mia età, o poco meno, non avrà certo dimenticato un colloquio dei primissimi anni ottanta con un giornalista altrettanto visionario come Romano Battaglia nel corso del programma domenicale “TG l’una” (antesignano meno autisticamente centrato sul conduttore e certo meno politically correct dell’attuale “Che tempo che fa”). Durante l’intervista, con la compiaciuta complicità del conduttore, il compositore tedesco sfoderò occhi da Shining e parole in ‘astralese’ per informare qualche milione d’italiani seduti davanti al televisore, con un cosciotto di pollo o un bicchiere di sangiovese alle labbra, delle sue origini siderali: “Io provengo da Sirio”.
No, non scherzava.
L’escalation dello Stockhausen provocatorio e irriverente culminerà vent’anni più tardi con la boutade sull’attentato alle Twin Towers “Questa è l’opera d’arte più grande mai esistita’’, che gli costò l’annullamento di un concerto monografico, le critiche di colleghi importanti (tra cui mi sembra di ricordare anche Ligeti), e l’abiura forzata con scontata riconvenzionale verso i media, rei di aver riportato in maniera ambigua e diffamatoria il suo entusiastico inno all’arte necrofila.
Mi sento francamente di affermare che di megalomani ed eccentrici ce n’è fin troppi in un mondo musicale in cui l’immagine conta spesso più della sostanza e il coraggio di tentare strade sempre nuove, anche a costo di dover affrontare l’ignoto, è diventato hobby da trappisti musicali votati all’autoisolamento. In Stockhausen c’erano sia la sostanza, fatta di solida tecnica e di cultura ad ampio spettro, che il coraggio di sperimentare le proprie passioni musicali, comprese le ultime per il rock tecnologico, fondendole in un crogiuolo di sonorità fascinose e autenticamente ‘attuali’. Un’eredità artistica importante, che in Germania è stata raccolta e ricontestualizzata dal lavoro di Heiner Goebbels, compositore certo meno profondo sul piano delle motivazioni e dei riferimenti, ma altrettanto potente ed efficace su quello della teatralizzazione e del dispiegamento dei mezzi strumentali e vocali
Karlheinz Stockhausen si è spento, all’età di 79 anni, lo scorso 5 dicembre, ma l’annuncio della sua morte è stato dato solo qualche giorno più tardi. A questo punto, un sospetto innocente ce lo concediamo, visto che, comunque, per un personaggio siffatto l’idea di morire lo stesso giorno dello stesso mese di Mozart doveva rappresentare una tentazione troppo forte …
L’ennesimo, e ultimo, mistero di luce.
Antonio Giacometti
|