Ciņ che ho imparato da lui
(piccolo ricordo di Luciano Berio)

Brescia Musica - Febbraio 2004


Non ho mai avuto occasione di conoscere personalmente Luciano Berio. Quindi, ciò che passerà in questo mio breve contributo non sarà il frutto di un’esperienza diretta, umana, culturale ed artistica, ma una serie di riflessioni mediate dalla frequentazione assidua con la sua opera, fin dai tempi in cui (metà anni ’70) ebbi il mio primo impatto con la musica cosiddetta “contemporanea” proprio grazie ad alcune interessanti trasmissioni televisive da lui ideate e condotte.
E penso che nessuno tra i giovani compositori italiani in formazione durante quegli anni, condizionati in larga misura dal credo estetico e tecnocentrico dello strutturalismo darmstadtiano, sia rimasto insensibile al fascino sonoro, alla fantasia ideativa e alla solidità formale di questo musicista completo, che ha saputo girare al largo dalle etichette di comodo e cogliere nella sfaccettata molteplicità delle esperienze musicali novecentesche i segni più adatti allo sviluppo di un personale progetto espressivo e di ricerca.
Lo stesso progetto che negli stessi anni, tra i ’60 e i ’70 (mi si passi l’accostamento forse azzardato, ma proprio per questo ricco di stimolanti implicazioni) stava perseguendo in campo teatrale Carmelo Bene: giungere alle radici del linguaggio per ritrovarne i simboli universali capaci di trascendere le differenze fra epoche, culture e stili, realizzando una sintesi innovativa accessibile perché consapevole dei processi percettivi e psicologici che stanno alla base della fruizione estetica. E non è certo un caso che come Bene si prendeva del guitto narcisista dai suoi colleghi detrattori, Berio fosse considerato da molti compositori della nostrana ”avanguardia” una sorta di mistificatore dedito a camuffare di delizie armoniche e timbriche le purezze quasi ascetiche di un razionalismo musicale fine a se stesso con sospette finalità di compiacere al pubblico dei ’consumatori’.
In realtà c’è ben altro e di ben altro spessore. Chi oggi si riascolti le composizioni del maestro ligure, dal lontano Nones alle più recenti prove degli anni ’90, passando per le innumerevoli Sequenze sparse sul suo cammino artistico, non può di fatto ignorare la forza quasi profetica di certe sue intuizioni, che hanno anticipato quanto il cosiddetto “postmoderno” avrebbe assunto in anni recenti come fondamento estetico della propria produzione musicale: dialettica fra linguaggi diversi, anche mutuati da territori di confine (repertori etnici, pop, jazz); integrazione di atteggiamenti teatrali nel tessuto della costruzione musicale astratta; valorizzazione della ricerca timbrica come potenziamento espressivo; concezione narrativa dell’architettura formale, sostenuta da chiari punti di riferimento uditivi; ricontestualizzazione delle dimensioni armonica e melodica entro le trame contrappuntistiche, eterofoniche e puntinistiche della ‘logica’ compositiva strutturalista.
C’è comunque da notare come in Berio, a differenza della diffusa inclinazione postmodernista ai pastiches polistilistici e all’irrelato affastellarsi di atteggiamenti eterogenei, la volontà di superamento di certe ingessature imposte dalla cosiddetta “Nuova Musica” al fluire comunicativo della composizione si realizzi sempre come costruzione musicale solida e coerente, in cui la sperimentazione dell’oggi trae le proprie motivazioni da una rilettura del passato dinamica e problematizzata.
Penso che questo maestro, ormai da tempo consegnato alla storia musicale del mondo intero, mi abbia insegnato proprio questo: ad accogliere i segnali sparsi di un mondo in perpetuo movimento e a tradurli in simboli sonori nel rispetto della coerenza costruttiva che è tratto distintivo di una cultura musicale dalle radici millenarie, senza mai dimenticare che un’opera d’arte riuscita è il risultato bilanciato della silenziosa collaborazione tra le idee dell’artista e i processi rielaborativi del fruitore.
Per questo gli sono grato.
Solo un velo di amarezza mi adombra, come compositore impegnato da anni nella formazione musicale dei più giovani. Ed è il pensiero che, nella situazione di generalizzato e crescente degrado culturale in cui il nostro paese versa da oltre trent’anni, un musicista di quel talento e di quella profondità culturale abbia preferito il dorato esilio americano all’impegno personale in una battaglia quotidiana contro l’ottusità delle classi dirigenti politiche e amministrative che, è vero, sembra persa in partenza, ma che certo ha bisogno di ostinazione, di continuità e di teste pensanti per avere anche la pur minima possibilità di successo. E’ sempre stato per me un autentico dolore leggere dalle pagine di riviste e quotidiani nazionali certi suoi interventi di feroce critica allo stato attuale dell’educazione musicale in Italia, pensando che provenivano da chi, seppur mosso da nobili motivazioni di protesta, aveva seguito la strada di tanti suoi altrettanto famosi e geniali colleghi: rimaner fuori dalla mischia, demandando alla bassa manovalanza dei non eletti il compito proibitivo ed improbabile di educare il pubblico di domani ad apprezzare consapevolmente anche i suoi capolavori, sottraendoli al pericolo di trasformarsi in inutili cattedrali nel deserto.
Senza il contributo dei compositori, l’azione educativa in musica è destinata a rimanere mutilata. Questo, anche Luciano Berio non aveva saputo (o voluto) capirlo.
Eppure è anche attraverso la riflessione sul suo atteggiamento negativo che ho rinforzato le mie convinzioni e che non ho mai smesso di combattere.
Forse mi ha insegnato anche questo …

Antonio Giacometti