|
Non ho mai avuto occasione di conoscere personalmente Luciano Berio. Quindi,
ciò che passerà in questo mio breve contributo non sarà
il frutto di un’esperienza diretta, umana, culturale ed artistica,
ma una serie di riflessioni mediate dalla frequentazione assidua con la
sua opera, fin dai tempi in cui (metà anni ’70) ebbi il mio
primo impatto con la musica cosiddetta “contemporanea” proprio
grazie ad alcune interessanti trasmissioni televisive da lui ideate e
condotte.
E penso che nessuno tra i giovani compositori italiani in formazione durante
quegli anni, condizionati in larga misura dal credo estetico e tecnocentrico
dello strutturalismo darmstadtiano, sia rimasto insensibile al fascino
sonoro, alla fantasia ideativa e alla solidità formale di questo
musicista completo, che ha saputo girare al largo dalle etichette di comodo
e cogliere nella sfaccettata molteplicità delle esperienze musicali
novecentesche i segni più adatti allo sviluppo di un personale
progetto espressivo e di ricerca.
Lo stesso progetto che negli stessi anni, tra i ’60 e i ’70
(mi si passi l’accostamento forse azzardato, ma proprio per questo
ricco di stimolanti implicazioni) stava perseguendo in campo teatrale
Carmelo Bene: giungere alle radici del linguaggio per ritrovarne i simboli
universali capaci di trascendere le differenze fra epoche, culture e stili,
realizzando una sintesi innovativa accessibile perché consapevole
dei processi percettivi e psicologici che stanno alla base della fruizione
estetica. E non è certo un caso che come Bene si prendeva del guitto
narcisista dai suoi colleghi detrattori, Berio fosse considerato da molti
compositori della nostrana ”avanguardia” una sorta di mistificatore
dedito a camuffare di delizie armoniche e timbriche le purezze quasi ascetiche
di un razionalismo musicale fine a se stesso con sospette finalità
di compiacere al pubblico dei ’consumatori’.
In realtà c’è ben altro e di ben altro spessore. Chi
oggi si riascolti le composizioni del maestro ligure, dal lontano Nones
alle più recenti prove degli anni ’90, passando per le innumerevoli
Sequenze sparse sul suo cammino artistico, non può di
fatto ignorare la forza quasi profetica di certe sue intuizioni, che hanno
anticipato quanto il cosiddetto “postmoderno” avrebbe assunto
in anni recenti come fondamento estetico della propria produzione musicale:
dialettica fra linguaggi diversi, anche mutuati da territori di confine
(repertori etnici, pop, jazz); integrazione di atteggiamenti teatrali
nel tessuto della costruzione musicale astratta; valorizzazione della
ricerca timbrica come potenziamento espressivo; concezione narrativa dell’architettura
formale, sostenuta da chiari punti di riferimento uditivi; ricontestualizzazione
delle dimensioni armonica e melodica entro le trame contrappuntistiche,
eterofoniche e puntinistiche della ‘logica’ compositiva strutturalista.
C’è comunque da notare come in Berio, a differenza della
diffusa inclinazione postmodernista ai pastiches polistilistici
e all’irrelato affastellarsi di atteggiamenti eterogenei, la volontà
di superamento di certe ingessature imposte dalla cosiddetta “Nuova
Musica” al fluire comunicativo della composizione si realizzi sempre
come costruzione musicale solida e coerente, in cui la sperimentazione
dell’oggi trae le proprie motivazioni da una rilettura del passato
dinamica e problematizzata.
Penso che questo maestro, ormai da tempo consegnato alla storia musicale
del mondo intero, mi abbia insegnato proprio questo: ad accogliere i segnali
sparsi di un mondo in perpetuo movimento e a tradurli in simboli sonori
nel rispetto della coerenza costruttiva che è tratto distintivo
di una cultura musicale dalle radici millenarie, senza mai dimenticare
che un’opera d’arte riuscita è il risultato bilanciato
della silenziosa collaborazione tra le idee dell’artista e i processi
rielaborativi del fruitore.
Per questo gli sono grato.
Solo un velo di amarezza mi adombra, come compositore impegnato da anni
nella formazione musicale dei più giovani. Ed è il pensiero
che, nella situazione di generalizzato e crescente degrado culturale in
cui il nostro paese versa da oltre trent’anni, un musicista di quel
talento e di quella profondità culturale abbia preferito il dorato
esilio americano all’impegno personale in una battaglia quotidiana
contro l’ottusità delle classi dirigenti politiche e amministrative
che, è vero, sembra persa in partenza, ma che certo ha bisogno
di ostinazione, di continuità e di teste pensanti per avere anche
la pur minima possibilità di successo. E’ sempre stato per
me un autentico dolore leggere dalle pagine di riviste e quotidiani nazionali
certi suoi interventi di feroce critica allo stato attuale dell’educazione
musicale in Italia, pensando che provenivano da chi, seppur mosso da nobili
motivazioni di protesta, aveva seguito la strada di tanti suoi altrettanto
famosi e geniali colleghi: rimaner fuori dalla mischia, demandando alla
bassa manovalanza dei non eletti il compito proibitivo ed improbabile
di educare il pubblico di domani ad apprezzare consapevolmente anche i
suoi capolavori, sottraendoli al pericolo di trasformarsi in inutili cattedrali
nel deserto.
Senza il contributo dei compositori, l’azione educativa in musica
è destinata a rimanere mutilata. Questo, anche Luciano Berio non
aveva saputo (o voluto) capirlo.
Eppure è anche attraverso la riflessione sul suo atteggiamento
negativo che ho rinforzato le mie convinzioni e che non ho mai smesso
di combattere.
Forse mi ha insegnato anche questo …
Antonio Giacometti
|