Articolo su Marco De Natale per BresciaMusica - Gennaio 2019

Gennaio 2019

Il Maestro di sempre

di Antonio Giacometti

 

Per tracciare anche solo un profilo di ciò che Marco De Natale ha rappresentato nel panorama della Teoria musicale italiana ed internazionale, fosse Teoria analitica o didattica, ci vorrebbe ben altro che un articolo “a caldo”, a pochi mesi dalla sua scomparsa in veneranda età e dopo che, a novant’anni suonati, aveva dato alle stampe la sua ultima fatica. Lascio dunque tale gravoso compito a chi può entrare molto meglio di me nei meandri di un pensiero complesso, nutrito di letture e di studi quasi leopardeschi  per intensità e continuità e fame onnivora dello scibile umano e per ciò stesso anche esposto al rischio di contraddizioni e di coaguli concettuali, riservandomi l’angolo di osservazione che, penso, più mi competa, cioè quello dell’insegnante.

Una scelta che non è solo di opportunità, ma anche, e forse soprattutto, affettiva. Perché Marco lo conobbi nell’ormai lontano 1983, subito dopo il diploma di composizione, quando il musicologo Guido Salvetti, che all’epoca ingaggiava col più anziano collega una strenua battaglia ideologica sul terreno scosceso dell’Analisi musicale, me lo additò come “esperto” di didattica musicale in grado di fornire risposte alle mie domande da studente quasi ventiseienne, nel quale si agitavano passioni musicali contrastanti, fomentate da familiarità con l’insegnamento e da una creatività esuberante, incapace di starsene al suo posto. Quando però arrivai, dopo un periplo di un quarto d’ora lungo i corridoi infiniti e i budelli trasversi del Conservatorio milanese, nell’auletta-bunker dove De Natale teneva il suo corso sperimentale di Analisi Musicale ben isolato e, si direbbe, simbolicamente ostracizzato dal corpus principale delle discipline più tradizionali, compresi già alle sue prime parole, di aver di fronte ben altro che un semplice “esperto di didattica musicale. Quella era la fonte viva a cui volevo dissetarmi, un’acqua ricca di sostanze benefiche in grado di ricostituirmi e di rigenerarmi.

Iniziò così (“comincia col leggerti un po’ della Rivista Musica Domani di cui sono direttore responsabile” – me ne diede venti copie arretrate) il particolare rapporto musicale ed umano che mi legò per vent’anni a questo singolare Maestro barese dal tratto somatico quasi eduardiano, trapiantato nella metropoli del nord, le cui logorree egocentriche e severità di giudizio e la direi genetica avversione per qualsiasi comportamento che potesse anche lontanamente suonare compromissorio, stridevano in modo assordante con l’umiltà dantesca nell’accettare la propria vocazione di marginale, la generosità d’animo d’altri tempi, l’attenzione all’ascolto e la cura meticolosa nel motivare i propri no.

E in quei vent’anni potei sperimentare il De Natale insegnante su almeno tre fronti diversi, che cercherò qui di raccontare nel tentativo di disegnare quel tipo ideale che secondo me rappresentava: il maestro di sempre.

Come docente di Conservatorio, assistetti alle sue lezioni di analisi per un anno, quando mi iscrissi al corso di Musicologia per cercare di mettere ordine alla mia cultura musicale, disordinata e intuitiva. Durante queste lezioni senza fine, portate avanti non fino al termine delle ore previste, ma fino al termine dell’argomento del giorno e spesso in misure estenuanti per noi allievi, mi accorsi di quanto la difficoltà della sua scrittura, segnata da una quasi compulsiva  ricerca di neologismi incastonati in lunghi e tortuosi anacoluti, si stemperasse, a contatto con gli studenti, in parole sobrie e dirette, in esempi dimostrativi efficaci e coinvolgenti. Un autentico ciclone, dentro cui si muovevano, mescolandosi e scambiandosi  a velocità supersonica , la passione sinceramente ingenua per la musica e la lucida razionalità dello studioso. E aveva uno straordinario talento didattico per riconoscere in ognuno di noi le attitudini disciplinari e le predilezioni verso questo o quell’aspetto della vita, per cui riusciva sempre a presentare i complessi sistemi simbolici della musica in cornici multidisciplinari nelle quali potessimo riconoscerci e, quindi, capire più a fondo perché coinvolti in un entusiasmante processo d’immedesimazione. Sì, con Marco De Natale si poteva stare a lezione anche tre o quattro ore di seguito, perché non ci si accorgeva che il tempo passava e, quando uscivi dalla classe, avevi sempre l’impressione che la lezione dovesse continuare in(de)finitamente, preso com’eri a cercare di mettere pezze ai buchi della tua preparazione, che s’ingigantivano a dismisura davanti al sapere poliedrico e profondo del tuo maestro.

Se l’appetito vien mangiando, lui era il cuoco ideale perché la fame non si chetasse mai.

Come Presidente della “SidAM” (Società Italiana di Analisi Musicale), nella quale mi volle come socio fondatore e membro del direttivo nazionale accanto a personaggi coma Loris Azzaroni, Andrea Lanza e Marcello Sorce Keller, e redattore della Rivista  Analisi era un vulcano di idee pronte ad eruttare e a scottare anche i suoi collaboratori più fedeli, ma la sua generosa passione intellettuale riusciva a lasciare il segno anche quando t’imponeva, nemmeno troppo velatamente, il taglio di un articolo, i contenuti e lo stile di una recensione, la scelta di una bibliografia. In interminabili caffè al bar del Conservatorio di Milano o in telefonate fiume alle dieci di sera (così si spendeva meno …) potevi sapere dell’esistenza di un recente libro di analisi pubblicato in Lettonia e della sua influenza sullo schenkerismo, tanto quanto scoprire che la tua idea didattica ‘originale’ si trovava nel tal saggio tedesco di inizio ‘900, fino a farti demolire una, due, tre, quattro, cinque volte un contributo alla Rivista che ritenevi impeccabile, ogni volta avendo però la percezione che aveva ragione lui e che, sì, come non ci avevo pensato?

Intanto gli anni passavano, e questo continuo stimolo all’autocritica, allo scrivere dopo aver studiato, a comprendere la musica partendo dai suoi contenuti e non da schemi analitici astratti, associato all’immancabile riflessione sulle proprie lacunosità culturali, ci aiutavano a crescere, a diventare più consapevoli delle nostre responsabilità intellettuali ed educative.

Il collega anziano che diventa  tuo tutor professionale, più per generosità e passione istintiva che per ruolo.

Infine, negli ultimi dieci/quindici anni, dopo che l’esperienza SidAM  era stata definitivamente superata, nei panni dell’anziano Maestro che invecchia, ma che non per questo smette di essere punto di riferimento ideale e ancora è in grado di illuminarti con alcune intuizioni accese dall’esperienza e dal continuo studio.

Il maestro di sempre. Il maestro che forse non è neppure consapevole di continuare ad esserti guida preziosa e imprescindibile, negli atti, nel ricordo e nell’eredità umana, morale e professionale che ti lascia in mano e della quale non potrai non rendere partecipe chi, in modo più o meno casuale o inconscio, si affiderà a te come tu ti eri affidato a lui: in silenzio, ascoltando e lavorando.

Ed è in una mail del 15 giugno 2017, all’indomani di una mia visita a San Donato Milanese, dove ci scambiammo le nostre ultime fatiche editoriali, che dopo 34 anni dal giorno in cui l’avevo conosciuto potei finalmente godere di un giudizio positivo e senza riserve sul mio ultimo libro. Poche parole, asciutte, come sempre le sue mail:

 

Caro Antonio,

ho avuto tempo di scorrere il libro Musica D’Insieme… Ben concepito.

Complimenti.

 

Grazie, Maestro di sempre. Tu non lo sai, ma mi sei sempre stato vicino e quel libro è un po’ anche tuo.

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