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Negli ultimi dieci anni, si è andato prevedibilmente rarefacendo lo zelo
dei compositori non chitarristi nei confronti dell'impegno di scrivere
per chitarra. Diciamo prevedibilmente, perché quanto era avvenuto negli
anni Sessanta e fino al 1975 circa, aveva le caratteristiche di un fenomeno
che, insieme a componenti autentiche e non sospettabili, altre ne offriva,
da poter essere attribuite alla moda, una delle tante effimeramente passate
per il mondo della musica. In compenso, e forse non proprio prevedibilmente,
sta da qualche tempo ripresentandosi all'orizzonte, debitamente rinforzata
dall'esempio dei compositori "puri", la mai scomparsa figura del compositore-chitarrista,
che però non è più il "tipo" dell'anteguerra o dell'immediato dopoguerra
ma che, non raramente, è un buon musicista con specifiche capacità chitarristiche.
Il che vuol dire che, se non è più ammissibile oggi scrivere musica per
chitarra senza una buona formazione accademica di compositore, nemmeno
è possibile, per un compositore con le carte in regola, ma che non suoni
la chitarra, cavarsela con qualche paginetta generica, tirata giù senza
aver studiato, almeno con l'osservazione, la tecnica e il lessico della
chitarra.
Abbiamo avuto dunque, nell'ultimo decennio, forse meno musica, ma - lo
possiamo dire forte - musica migliore, o perché i chitarristi compositori
hanno incominciato a dover fare i conti con degli "standard" nuovi - quelli
dei Brouwer .e dei Bogdanovic - o perché i compositori hanno capito che
non potevano più trattare la chitarra come una pianola a tre ottave scrivendo
pezzi da lasciare poi alla demiurgia dei chitarristi-revisori.
Passando all'aspetto più propriamente musicale, l'ultimo decennio ha registrato,
anche in campo chitarristico, il conflittuale scontro tra tendenze volte
a proseguire la ricerca - già spinta a distanze proibitive - dei maestri
dell'avanguardia e tendenze ripiegate, invece, sulla riscoperta dei valori
che l'avanguardia aveva messo in disparte.
Abbiamo parlato di conflitto perché le nuove tendenze e le precedenti
non si sono pacificamente sovrapposte e mescolate, ma perché al contrario,
la polemica; spesso violenta, è sembrata essere un obbligo culturale proprio
della nuovissima scuola di compositori, cosiddetti (e certo impropriamente)
neo-romantici, con alcune varianti: neo-galanti, neo-tonali (per rimanere
alle definizioni rispettose, ma ve ne sono state anche altre meno composte).
Al di là dei bruciori polemici, sembra a noi che il punto sia stato, e
sia tuttora, questo: mentre l'avanguardia e le sue appendici hanno negato
al suono di essere altro che materia e hanno operato in una direzione
di ricerca strutturale, i nuovi compositori hanno avvertito la necessità.
di ritrattare la materia sonora, non soltanto di per se stessa, ma anche
riattribuendole valori espressivi, in altre parole, riscoprendo, nel far
musica, i valori d'ascolto. Al che si annette, immediatamente, il proposito
di riguadagnare alla musica d'oggi l'attenzione del pubblico, spietatamente
selezionato dai compositori dell'avanguardia. Dice argutamente Massimo
Mila che, fra quindici anni, saremo tutti musicisti del secolo scorso,
e le polemiche di oggi interesseranno gli ascoltatori di allora, quanto
quelle tra brahmsiani e wagneriani. Ma certo. E le musiche che verranno
ascoltate, non entreranno nelle scelte degli ascoltatori e degli interpreti
per i supporti polemici che ne hanno accompagnata la nascita.
Era necessaria
tutta questa premessa per introdurre il nuovo lavoro per chitarra di cui
ci occupiamo? Si, perché si tratta di una composizione che, scontata l'improprietà
dell'etichetta, è comodo definire "neo-romantica", tanto per chiarire
che si distacca nettamente dalla linea dell'avanguardia "tradizionale"
e si presenta in una prospettiva post-darmstadtiana. Sia chiaro che, se
ce ne occupiamo, è per i suoi valori individuali ed extra-scolastici.
E precisiamo subito che si tratta di valori di espressione e di scrittura.
Il lavoro
di Antonio Giacometti ha origini poetiche. Il titolo, già adoperato da
Ravel per la sua famosa composizione pianistica (formata dai tre pezzi:
"Ondine", "Le Gibet", "Scarbo"), deriva da una raccolta del poeta francese
Aloys Bertrand (1807-1841), pubblicata nel 1835 con il sottotitolo "Fantaisies
à la mémoire de Rembrandt et de Callot". Poesia dunque, a propria volta
derivata dalla pittura. Scrive il compositore parigino Pierre Petit che
i poemi di Bertrand costituiscono "una specie di sintesi del romanticismo,
che produsse fortissima impressione su Baudelaire. Infatti, non pago dell'aspetto
truculento e dei colori forti del romanticismo francese, Bertrand si richiama
alle sorgenti del romanticismo rifacendosi alle fantasmagorie mistiche
degli autori tedeschi". Delle vampiresche allucinazioni di Bertrand, sembrano
interessare a Giacometti non tanto i colori propri, quanto i fini riverberi
che essi hanno avuto sulla poesia simbolista. Infatti, ciascuno dei sette
pezzi cita, in capo alla pagina di musica di cui ogni pezzo consta, un
verso di Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, fino ad Apollinaire; e tutte queste
citazioni hanno in comune l'elemento della notte.
Si tratta di una serie di sette pezzi brevi, la cui durata va dal mezzo
minuto al minuto e mezzo. Ciascun pezzo ha caratteri propri, omogenei,
e fa uso di specifici modelli di scrittura. Su questo punto il compositore
deve subito raccogliere un plauso per la ricchezza e la varietà degli
elementi impiegati: il lessico chitarristico è adoperato con estrema raffinatezza
e con un controllo dei risultati che non lascia adito a dubbi sulla conoscenza
dello strumento. La tavola dei "segni e avvertenze" preposta alla musica
è composta di ben ventiquattro elementi e occorre riconoscere che nessuno
degli effetti che poi si incontrano nel testo è meno che motivato da precise
esigenze di espressione e di colore: tutto a posto.
Il primo
pezzo ("Molto liberamente, ma sempre profondamente calmo") galleggia in
un movimento di onde tranquille e misteriose; il secondo ("Rigorosamente")
ha invece due aspetti: uno inquieto e frusciante, tra ribattiture e arpeggi,
e un altro ("Più lento") insistente e reiterativo; il terzo ("Liberamente,
ma sempre rapido e nervoso") trasmette inquietudine ed energie sommerse
vi si agitano, quasi minacciando esplosioni; la vaghezza incorporea regna
invece nel quarto pezzo ("Lento e uniforme, come una nuvola"), mentre
il quinto, un pacifico continuo, medita con una certa interiore gravità
("Adagio"); fulmineo, il sesto pezzo ostenta durezze e urti contrapposti;
mentre il conclusivo, settimo pezzo altro non è che la riproposizione,
con lievi cangianti, del primo, e quindi ancora "Molto liberamente, ma
sempre profondamente calmo".
I valori
chitarristici di questa composizione sono una cosa sola con quelli musicalmente
e ricercatamente espressivi: è per questo che ci prendiamo la responsabilità
di dichiarare che si tratta di un pezzo bello, suonabile, di fattura squisita
e adatto alle ricerche di interpreti sensibili al timbro, alle sfumature
e ai sottintesi. Dimenticavamo di dire che non c'è rischio di incorrere
in malintesi paragoni con il pezzo pianistico di Ravel, perché Giacometti
non si sogna nemmeno di seguitare le orme del compositore francese, o
se lo fa, non è certo per ordire sospette manovre effettistiche: qui,
non c'è ombra di "Scarbo", anche se è tutta musica di ombre.
"Il
Fronimo", rivista trimestrale di chitarra e liuto
n.54 - gennaio 1986 - Ed. Suvini Zerboni
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